Errore nella somministrazione di un farmaco: cosa fare nei primi 30 minuti?
Il farmaco è già stato somministrato. La dose era errata, il paziente non era quello corretto, la via di somministrazione non coincideva con la prescrizione oppure una terapia necessaria è stata omessa.
Nei primi minuti, l’urgenza clinica si accompagna spesso a due rischi organizzativi: agire senza una sequenza condivisa e concentrarsi subito sulla ricerca del responsabile. Entrambi possono compromettere la gestione dell’evento e la possibilità di imparare da ciò che è accaduto.
Un errore in terapia non riguarda soltanto l’atto della somministrazione. Può originarsi durante prescrizione, trascrizione, preparazione, distribuzione, riconciliazione o monitoraggio. Per questo la risposta deve proteggere immediatamente il paziente e, successivamente, ricostruire il funzionamento dell’intero sistema.
Prima regola: la priorità è sempre la valutazione clinica e la messa in sicurezza del paziente, secondo le procedure della struttura. L’audit viene dopo e non sostituisce la gestione dell’urgenza.
1. Interrompere il processo, senza improvvisare
Quando l’errore viene riconosciuto durante la somministrazione, occorre interrompere l’azione se clinicamente appropriato e impedire che il medesimo errore coinvolga altri pazienti. Confezioni, etichette, prescrizioni e dispositivi pertinenti non dovrebbero essere eliminati o alterati: possono essere necessari per ricostruire correttamente l’evento.
2. Valutare il paziente e attivare le competenze necessarie
Il professionista deve attivare tempestivamente il medico e le funzioni previste dalla procedura interna, comunicando almeno:
• paziente interessato;
• farmaco, dose, via e orario;
• quantità già somministrata;
• condizioni cliniche osservate;
• allergie, terapie concomitanti e fattori di rischio rilevanti.
La risposta clinica dipende dal farmaco e dalle condizioni della persona. Non esiste una misura correttiva universale e non è prudente affidarsi a indicazioni generiche reperite online.
3. Avviare il monitoraggio e documentare l’assistenza
I parametri da osservare, la frequenza dei controlli e la durata del monitoraggio devono essere definiti dai professionisti competenti. La documentazione clinica deve descrivere fatti, valutazioni, decisioni e interventi in modo tempestivo e trasparente, evitando ricostruzioni retroattive o formulazioni difensive.
4. Attivare la segnalazione prevista dalla struttura
La segnalazione dell’evento non coincide con l’annotazione in cartella clinica e non coincide necessariamente con la farmacovigilanza. Incident reporting, eventuale segnalazione di reazione avversa, gestione dell’evento sentinella e attivazione assicurativa rispondono a finalità e percorsi differenti.
La procedura locale deve stabilire chi attivare: coordinatore, Direzione sanitaria, Risk Manager, Farmacia, Qualità e altre funzioni competenti.
5. Gestire la comunicazione con il paziente
La comunicazione dell’evento richiede tempestività, chiarezza e coordinamento. Informazioni frammentarie, minimizzazione e ipotesi non verificate possono aumentare il danno relazionale. La struttura dovrebbe affidare la comunicazione a professionisti preparati, seguendo le proprie procedure e mantenendo coerenza tra informazione clinica e documentazione.
6. Preservare le informazioni utili all’analisi
Per comprendere l’evento possono essere rilevanti:
• prescrizione e piano terapeutico;
• scheda o registro di somministrazione;
• confezione, lotto ed etichettatura;
• log dei sistemi informativi;
• consegne e comunicazioni tra professionisti;
• turni, carichi di lavoro e interruzioni;
• procedure applicabili;
• funzionamento di barcode, alert e doppio controllo.
Preservare le informazioni non significa avviare un’indagine contro il singolo operatore. Significa evitare che il sistema perda la possibilità di apprendere.
7. Non fermarsi alla “disattenzione”
Definire l’evento come conseguenza di distrazione, superficialità o errore umano non identifica una causa utilizzabile. L’audit dovrebbe chiedere:
• perché l’azione errata era possibile;
• perché appariva ragionevole in quel momento;
• quali barriere non erano presenti o non hanno funzionato;
• se confezioni, sistemi, ambiente o carichi favorivano l’errore;
• che cosa ha consentito di intercettarlo o limitarne gli effetti;
• se lo stesso evento potrebbe ripetersi altrove.
L’obiettivo non è eliminare l’errore umano, ma progettare processi capaci di prevenirlo, intercettarlo o ridurne le conseguenze.
Gli errori da evitare dopo l’evento
1. Ritardare l’attivazione clinica per timore delle conseguenze.
2. Eliminare confezioni o informazioni utili alla ricostruzione.
3. Modificare retroattivamente la documentazione.
4. Confondere incident reporting, farmacovigilanza e documentazione clinica.
5. Comunicare al paziente informazioni non coordinate o non verificate.
6. Concludere l’analisi con un generico richiamo all’attenzione.
7. Chiudere il caso senza responsabili, scadenze e verifica delle azioni.
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• verifica di efficacia e chiusura.
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Conclusione
Una struttura sicura non è quella in cui nessuno segnala errori. È quella che reagisce rapidamente, protegge il paziente, raccoglie informazioni affidabili e trasforma l’evento in un miglioramento verificabile.
L’audit produce valore solo quando supera la ricerca del colpevole e modifica concretamente le condizioni che hanno reso possibile l’errore.

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